PALLA AL CENTRO

Marco Damilano, L’Espresso, 27 aprile 2013

La sinistra tradizionale è spazzata via. Il governo, più che di centrosinistra-centrodestra, è di Centro. Mobile, giovane, dinamico ma pur sempre di Centro.

Una parola che al nuovo premier non dispiace affatto. Nel 2009 Letta ha pubblicato un libro (”Costruire una cattedrale”) per teorizzare che tra le famiglie politiche non ci sono solo i progressisti, ma anche i moderati, e che insieme devono stare alleati contro i populisti (ieri era l’offerta di un patto con Casini contro Berlusconi, oggi è un’alleanza con il Pdl contro Grillo). Va riletto quel libro per capire oggi chi è Letta e qual è il suo progetto. A partire da quell’episodio significativo: «Dovevamo organizzare la convention per lanciare l’alleanza tra il Ppi di Martinazzoli e il Patto Segni. Kohl aveva dato il suo assenso. Si cercava un altro statista internazionale. Andreatta, allora ministro degli Esteri del governo Ciampi, mi mandò da Giscard. Non fu facile, ma alla fine l’ex presidente francese disse sì. A quel punto cominciarono le perplessità interne: un capo della destra, sia pure moderata, poteva non piacere alla nostra gente. Fu con grande imbarazzo che dovetti tornare da Giscard, chiedergli scusa e avvertirlo che avevamo cambiato idea. Come se avessimo appunto vergogna di parlare ai moderati. Di cambiare schema mettendo tutto in discussione».

Letta aspira a essere il nostro Giscard, che diventò presidente della Francia a 48 anni, un anno in più del nuovo premier: il leader di un centro riformatore che potrà nascere anche in Italia se il suo governo funzionerà. È questo il suo orizzonte strategico: fondare un partito nato dall’alleanza tra quella parte del Pd che non è più di sinistra (o non lo è mai stata) e quella parte del Pdl (quella che si riconosce in Alfano?) che spera nei prossimi anni di liberarsi dolcemente del Cavaliere. I due spezzoni su cui ruota il governo che nasce oggi: i due post-Dc Letta e Alfano che potrebbero stare insieme un domani nello stesso partito o nella stessa coalizione. Con la sinistra, o quel che resterà, costretta a fare da alleato residuale, un po’ come i socialisti nel centrosinistra egemonizzato dai democristiani.

Fine di un ciclo lungo, iniziato giusto venti anni fa con il referendum sul maggioritario di Mario Segni, era il 18 aprile 1993. In un’altra giornata piovosa di fine aprile muore quel disegno politico: il bipolarismo, la possibilità della sinistra di andare al governo vincendo le elezioni. Fine delle primarie, dei gazebo, dei leader scelti dai cittadini, tutti sforzi inutili se poi i governi si fanno al Quirinale, tra i migliori perdenti, senza streaming. È questo il destino che si è consumato con il sacrificio di Prodi, è questa la posta in gioco di questo governo, possibile che i furbissimi strateghi della sinistra non se ne rendano conto? E Renzi, leader bipolare e tendenzialmente presidenziale, l’ha capito che il futuro bipolarismo, se l’operazione riesce, sarà tra il Centro e il Movimento 5 Stelle?

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Pubblicato il 1 maggio 2013 su POLITICA NAZIONALE. Aggiungi ai preferiti il collegamento . Lascia un commento.

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