MASSIMO CACCIARI: IL PD, SE SI SCINDE È MEGLIO

di Massimo Cacciari, L’Espresso, 26 aprile 2013

Il modo in cui il PD si è sfasciato, in diretta tv, e in occasione della scadenza istituzionale più solenne, l’elezione del capo dello Stato, ancora offende, ma la sostanza della questione non muta, e non sarebbe cambiata neppure se per qualche voto fossero passati Marini o Prodi. Piangere sulle macerie del suo gruppo dirigente non serve.

E molto poco ormai anche narrare la triste istoria dei suoi errori, conclusasi con lo stato di pura confusione mentale emerso nelle ultime vicende. Lasciamo pure il giudizio alla pietas delle generazioni future. Ciò che conta oggi per chi a quell’area politica si era rivolto, e per gli equilibri democratici dell’intero Paese, è comprendere come potrebbe evolversi la sua crisi e quali esiti dovremmo auspicarne. Fingere che le rotture esplose siano malessere passeggero, che il gruppo dirigente possa magicamente trovare un’unità mai esistita intorno a questo o a quel nuovo leader, significa pura Illusionspolitik.

Celebrare un congresso, nominare un segretario rappresentante necessariamente una delle anime in conflitto e sperare che poi costui possa far meglio di Bersani, significa soltanto protrarre l’agonia che ha come naturale scadenza la riconsegna del Paese a Berlusconi. Saggio sarebbe, invece, riconoscere con disincanto e sobrietà le faglie reali che dividono irrimediabilmente il Pd e il fallimento dell’idea da cui era nato. Avendola in prima persona per vent’anni coltivata, credo di sapere che il lutto non è facile da “lavorare”, ma un organismo politico si dimostra adulto se sa affrontare tale fatica.

La scommessa poteva essere vinta soltanto se i gruppi dirigenti provenienti da aree, culture, storie anche antropologicamente diverse avessero individuato un destino, una destinazione comune, che non trovavano nel proprio, individuale “patrimonio”. E occorreva l’affermarsi in generale di una cultura politica maggioritaria, che è risultata contrastare “radicitus” il cattivo senso comune patrio.

Si riparta perciò dalle linee di rottura interne al Pd. Si faccia ordine a partire da esse. La convivenza coatta genera mostri, parricidi, fratricidi, infanticidi e purtroppo anche tragicommedie, come l’ultima. Il Pd è stato una melassa indigeribile che ha lasciato “fuori campo” sia una seria corrente ex Pci – socialdemocratica, che quella cattolico-popolare davvero rappresentativa in molti territori, rimasta succube della forza (si fa per dire) burocratico-organizzativa che i Ds avevano ereditato dal Pci, e perdendo così via via la propria stessa base elettorale. A migliorare la situazione, si è aggiunto il giovanilismo ultima-moda bersaniano, con la cooptazione di qualche “nuovo politico”, di quelli che prendono la “linea” dagli amici di Facebook. Non sono componenti componibili! Invece di aumentare le forze, insieme possono solo distruggersi.

Abbiamo bisogno di ulteriori prove? E invece, ben distinte, queste aree potrebbero svolgere missioni importanti e in qualche modo complementari, rendendo possibili compagini di governo operative. Ricordiamoci quale potenzialità aveva dimostrato, non millenni orsono, un’area di sinistra facente riferimento a Cofferati. Mi pare che il “manifesto” di Fabrizio Barca si muove nella prospettiva della fondazione di un partito socialdemocratico, solidamente organizzato, in cui riunire, in un’ottica esplicitamente europea, sia Sel, che altre formazioni-relitti ex comunisti. E’ una prospettiva culturalmente opposta a quella di Renzi. Nulla di male. La cultura politica che Renzi esprime, tra liberalismo e un cattolicesimo popolare che ne ripensa i caratteri organicistico-solidaristici alla luce della “società liquida” prodotta dalla Rete, può aggregare, ben oltre il Pd, vasti settori di opinione pubblica (anche “grillina”) e concreti interessi economici. Ma queste due aree fondamentali debbono definirsi autonomamente e con la massima chiarezza. Cosa impossibile se continueranno a inseguirsi e combattersi all’interno della stessa casamatta. La loro “offerta politica” deve al più presto presentarsi ed essere percepita come un’alternativa razionale, legittima, storicamente fondata, all’interno di un quadro politico dove la distinzione delle posizioni non preclude in alcun modo la possibilità di compromessi e collaborazione.

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Pubblicato il 1 maggio 2013, in POLITICA NAZIONALE con tag . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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