IL POPULISMO, IL PRESIDENZIALISMO E LE AMBIGUITÀ DI GIORGIO NAPOLITANO

di David Arboit

Coro unanime di consensi per il discorso al Parlamento di Giorgio Napolitano di ieri. Il Presidente rieletto schiaffeggia la politica con parole e toni che nella forma sono lontanissimi da quelli del populismo e di Beppe Grillo, ma nella sostanza sono quasi identici. Il Presidente schiaffeggia tutti i partiti, senza distinzione alcuna, e perciò la tesi che il populismo di Grillo aveva lungamente proposto e urlato, “sono tutti uguali”, ottiene in questo modo l’alto e autorevole sigillo nonché la conferma del Presidente della Repubblica. E tutto questo con buona pace di chi si è affannato da anni a cercare di mostrare che non è così, che i politici e i partiti non sono tutti uguali, che rispetto alla situazione disastrosa in cui si trova l’Italia oggi ci sono responsabilità molto ma molto differenti. Le prove documentali per affermare che i partiti non sono tutti uguali è vero che ci sono e che sono numerose, ma sono state annullate da Napolitano. Circola voce a Roma che Silvio Berlusconi abbia in mente di rinnovare la sua famosa canzone che a partire da ieri questa avrà come titolo “Meno male che Giorgio c’è”.

Quello di Napolitano è un discorso populista e quindi necessariamente e di conseguenza presidenzialista. Inaugura una nuova era nella storia delle istituzioni politiche italiane? Non lo sappiamo ma sta di fatto che da ieri le istituzioni politiche italiane, la Repubblica Parlamentare nata dalla Resistenza, ha subito una torsione (che è anche una ritorsione) che ne cambia, e forse inizia a stravolgere, la fisionomia. Ne siamo tutti coscienti? Ho l’impressione di no. È evidente che abbiamo assistito a una cessione di sovranità: il Parlamento ha ceduto la sua sovranità al Presidente della Repubblica. Potrebbe essere utile a questo proposito ripassare la storia della Francia del 1958-1959, analizzare la crisi della Quarta repubblica francese e le soluzioni che portarono con De Gaulle alla Quinta repubblica. Vale forse anche la pena di rileggere Carl Schmitt e la sua teoria dello stato di eccezione (Le categorie del politico, il Mulino, 1972). Per la deriva presidenzialista gongola certamente Berlusconi: “Meno male che Giorgio c’è”.

È innegabile che la palude in cui è finita la politica italiana in queste settimane è il risultato di una legge elettorale che è stata definita da tutti, compreso dai suoi estensori, una porcata. Ma è falso assegnare la colpa dell’approvazione e anche della mancata riforma di quella legge genericamente ai partiti, a tutti i partiti indistintamente, senza individuare responsabilità precise, che ci sono. Ce lo dicono la logica politica e il principio di non contraddizione:

a) la legge è stata a suo tempo voluta dal Centrodestra perché temeva di perdere le elezioni e voleva in caso di sconfitta rendere ingovernabile il Paese;

b) per la stessissima e identica ragione il Centrodestra ha in seguito sabotato sistematicamente tutti i tentativi e le proposte di riforma della legge.

Mente sapendo di mentire chi afferma che il Partito Democratico non avesse interesse a rivedere la legge perché anche partendo dai più ottimistici sondaggi elettorali, le proiezioni dei seggi per il Centrosinistra al Senato erano tali da rendere sempre e comunque fragile la maggioranza di governo.

La scelta di Napolitano, ancorché condivisa da una larga maggioranza di partiti, è un rifiuto netto della volontà popolare e rafforza il baratro che separa la politica e i partiti dal popolo italiano. Perché è vero che l’Italia ha bisogno di un governo al più presto, ma è anche vero che il popolo sovrano (certamente la stragrande maggioranza del popolo di Centrosinistra, ma presumo anche una buona parte di quello di Centrodestra) il governassimo, il governo di unità nazionale, non lo vuole. E questo rifiuto non è basato su un pregiudizio privo di fondamento, su una ottusa cecità ideologica oppure su forme conflittualità politica sempre polemiche e faziose, come una diffusa retorica patriottarda afferma: «O forse tutto questo – ha detto ieri Napolitano – è più concretamente il riflesso di un paio di decenni di contrapposizioni, fino allo smarrimento dell’idea stessa di convivenza civile, come non mai faziosa e aggressiva, di totale incomunicabilità tra schieramenti politici concorrenti».

Il rifiuto del governassimo si basa su una semplice valutazione di buon senso. Prendiamo, per esempio, il tema politico più importante che il prossimo governo dovrà affrontare: la crisi economica, i costi della crisi economica, e chi dovrà mettere i soldi per pararne i colpi e i guasti. Che politica economica potrà mai fare un governo sostenuto da partiti che hanno idee e orientamenti divergenti? Vogliamo proseguire sulla strada del governo Monti? Il mito del comune interesse economico, del “siamo tutti sulla stessa barca”, dell’interclassismo, della convergenza di interessi tra capitale lavoro è patrimonio della cultura di destra, e orienta sempre e soltanto una politica economica di destra. Ed è su questa strada che il prossimo governo certamente si muoverà, sulla strada del governo Monti.

Sullo sviluppo dell’Europa e delle istituzioni europee, che unità d’azione potrà mai avere un governo di unità nazionale formato da un Centrosinistra saldamente europeista e un Centrodestra fintamente europeista e invece occultamente e sostanzialmente antieuropeista?

È insomma falso affermare, come ha fatto ieri Napolitano, che i problemi del nostro Paese possano essere «puntualizzati in modo obiettivo, in modo non partigiano». È una concezione tecnocratica della politica che riduce la politica stessa a tecnologia di governo e che tende in ultima istanza a rendere la politica inutile. Eliminare il conflitto tra visioni e interessi economici contrapposti, basato su differenti collocazioni sociali, significa abolire la politica per sostituirla con una tecnica di governo, significa abolire la politica come risposta a una domanda che proviene da diritti negati, dall’ingiustizia sociale, dal privilegio, dalla disuguaglianza. Teme le differenze politiche e teme il conflitto politico chi ha privilegi da difendere, chi vuole mantener lo status quo, non certo chi si trova in posizioni di svantaggio.

Tolta la sovranità al parlamento, disconosciuta la sovranità popolare come punto di vista quasi unanime dell’opinione pubblica, la classe politica italiana non ascolta il Paese e confeziona una soluzione politica che è destinata per sua natura a non risolvere alcunché, a far arenare nelle sabbie mobili di un tira e molla tra partiti qualunque progetto di vero cambiamento.

Oggi c’è una sola cosa che ha senso fare: la riforma del sistema elettorale e poi di nuovo subito al voto. Al Centrosinistra non conviene? Non è vero. Abbiamo dimostrato di non aver la forza e la compattezza per governare (non riusciamo nemmeno a governate il nostro partito), abbandoniamo le ambizioni di governo è guardiamo avanti.

Pubblicato il 23 aprile 2013 su POLITICA NAZIONALE. Aggiungi ai preferiti il collegamento . Lascia un commento.

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