PRESIDENTI DI CAMERA E SENATO: E NELLA NOTTE ARRIVA LA MOSSA DEL CAVALLO

bersani1567Maria Zagarelli

L’Unità 17 marzo 2013

È stata la mossa del cavallo». Sorride Enrico Letta. Stavolta il Pd e Pier Luigi Bersani hanno stupito con una mossa a sorpresa. I conigli dal cappello? «No, due dei nomi che aveva in testa per il suo governo. È da lì che ha pescato, non nel cappello». Parola di un fedelissimo, riferita a voce bassa su un divano del Transatlantico. Una decisione maturata all’una di notte, dopo la telefonata di Bersani a Mario Monti e la certezza che Lista civica non avrebbe proposto altri nomi oltre a quello del premier in carica. Una telefonata che ha provocato una calata di gelo e grandine sui rapporti tra i due leader e che a quel punto ha aperto un altro scenario.

Bersani non fa mistero del suo fastidio: «Con M5S c’è stato un confronto non improduttivo – dice parlando con i cronisti – ma non è andato a buon fine, da altri c’è stato un disimpegno che ha causato un’evidente sorpresa». Un disimpegno, «incomprensibile», lo definisce Letta che con il Professore ha sempre avuto un canale preferenziale.

«Adesso dobbiamo fare una scelta che rompe gli schemi, che esce dalle solite logiche dei bilancini della politica», è stato il ragionamento del segretario riunito con Letta, Dario Franceschini, Davide Zoggia e pochi altri dirigenti nel cuore della notte. Perché anche l’ipotesi di votare a scatola chiusa il candidato grillino, Roberto Fico, sarebbe stato un salto nel buio con un Movimento che non avrebbe comunque esitato ad umiliare e attaccare il Pd. «Se dobbiamo scegliere noi sappiamo cosa fare», dice il leader Pd di prima mattina.

I nomi di Laura Boldrini e Pietro Grasso erano già circolati l’altro ieri, quando si era capito che con molta probabilità Monti non avrebbe ceduto ad altri centristi lo scranno più alto, né tanto meno avrebbe voluto un suo deputato eletto presidente della Camera solo con i voti del Pd. A spingere il segretario verso una proposta che desse un segnale forte e chiaro al Paese sono stati soprattutto le newentry del partito, i Giovani turchi da una parte, che venerdì pomeriggio hanno avuto lunghi conciliaboli con Gennaro Migliore di Sel, ma anche i renziani che chiedevano rinnovamento. È stato Andrea Orlando a comunicare al segretario le sollecitazioni che arrivavano su Boldrini. La decisione finale è stata comunicata a Giorgio Napolitano ieri mattina molto presto, prima ancora della riunione dei gruppi di centrosinistra di Camera e Senato.

«È stato commovente il momento in cui Bersani ci ha detto chi avremmo dovuto votare. È partito un lunghissimo applauso», racconta Caterina Pes. E un lungo applauso è andato a Dario Franceschini quando ha detto che quella decisione era la migliore, idem Anna Finocchiaro.

Bersani e Vendola portano a casa un risultato che nessuno aveva previsto e se lo godono seduti uno a fianco all’altro mentre ascoltano la neopresindente che parla e raccoglie applausi uno dietro l’altro e stupisce.

«I grillini hanno sempre chiesto un’innovazione, vorrei sentirgli dire che Boldrini e Grasso non rappresentano una grande innovazione, perciò ora dovrebbero spiegare perché non li votano», dice Franceschini. Difficile spiegarlo, tanto difficile che il M5S alla Camera si alza in piedi e si spella le mani durante il discorso della neopresidente, pur non avendola votata. È lì che si apre la breccia che al Senato porterà molti di loro a disobbedire. È questa la mossa del cavallo di Bersani che soltanto il giorno prima veniva dato per morto da qualche quotidiano e «spianato» da qualche altro. E che invece oggi, qui, – davanti a questo discorso così dirompente e semplice nello stesso tempo di Laura Boldrini, che porta il mondo reale a Montecitorio, e a quello di Piero Grasso al Senato, che racconta di uomini di Stato morti di mafia, di esodati, immigrati, imprenditori e giovani a cui la crisi e la cattiva politica hanno ucciso il futuro –, incassa consensi inattesi.

Quello di Matteo Renzi, che definisce Boldrini e Grasso «due ottime candidature» e dei renziani tutti, compreso Matteo Richetti che dice «Il Pd non insegue nessuno e Bersani oggi ha mostrato grande coraggio». E di Walter Veltroni che racconta quella di oggi come una bella giornata. Non che all’improvviso sia tutto dimenticato, ci sono altre caselle da riempire, dai capigruppo, ai vicepresidenti di Camera e Senato, ai questori… I franceschiani non sono disposti a mollare: il passo indietro di Franceschini (che ha dovuto chiedere ai suoi in maniera esplicita di non scrivere il suo nome durante il quarto voto per la Presidenza della Camera) e il sostegno convinto a Boldrini sono un dato. Ma l’aspirazione alla carica di capogruppo è un dato altrettanto certo e forse Franceschini e Finocchiaro potrebbero essere prorogati. «Per ora godiamoci questo momento», dice Davide Zoggia, ma si ragiona ai passi successivi e martedì anche quella pratica dovrà essere affrontata. C’è chi dice che così Bersani è destinato a fallire con il governo, che ha chiuso il dialogo con Monti e anche con la Lega a cui Boldrini non piace affatto. «Abbiamo parlato al Paese», risponde Matteo Orfini.

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Pubblicato il 17 marzo 2013, in POLITICA NAZIONALE con tag , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. 1 Commento.

  1. È straordinario come lo spettro del comunismo eserciti ancora una potentissima influenza sull’alta borghesia italiana. Attaccata con le unghie e con i denti ai propri privilegi, terrorizzata dal fatto che la gravita della crisi possa in qualche modo indurre il potere politico a incidere sui quei privilegi, sente il bisogno di ripetere continuamente esorcismi per allontanare anche solo l’idea, l’ipotesi di una politica che abbia come priorità l’uguaglianza e la giustizia sociale.
    «È come se quella Sinistra che viene da lontano (e la parte cattolica che da tempo le si è aggiunta) – scrive oggi sul Corriere della Sera Ernesto Galli della Loggia valutando il significato politico della elezione di Boldrini e Grasso – si fosse convinta di non poter più trovare al proprio interno, nella propria storia, né volti, né voci, né biografie capaci di rappresentarla veramente. Come se essa giudicasse ormai irrimediabilmente inutilizzabile la propria vicenda politica, vicina e meno vicina: in un certo senso le proprie stesse radici. Rifiutatasi dopo essere stata comunista di divenire socialdemocratica, e sempre in preda all’antica paura di dispiacere a sinistra, la cultura politica del Partito democratico sembra aver smarrito il filo di qualunque identità che si colleghi al suo passato. Sicché oggi le è apparso naturale designare ai vertici della rappresentanza del Paese da un lato un importante membro della magistratura inquirente, dall’altro una apprezzata funzionaria internazionale, impegnata nella difesa dei diritti umani.»
    Seguendo la logica dell’esorcizzare il tema della giustizia sociale Ernesto si ferma a indicare un aspetto marginale dell’evento. Il nuovismo rottamatore (sottolinea il fatto che i due sono volti nuovi della politica) e perde di vista il radicalismo del “programma politico” che entrambi, nel loro discorso introduttivo, hanno espresso.

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