ELEZIONI 2013: LE VALUTAZIONI DI MASSIMO CACCIARI

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Pubblicato il 27 febbraio 2013 su POLITICA NAZIONALE. Aggiungi ai preferiti il collegamento . 1 Commento.

  1. Come dargli torto?

    Baricco: facce e idee vecchie. La stagione del Pd è finita, il Paese vuole cambiare
    SEBASTIANO MESSINA
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    “Lunedì sera guardavo i risultati in tv – racconta Alessandro Baricco – e pensavo: basta, il Pd è finito. Non come partito, intendiamoci, ma quel Pd lì finisce qua. Nella testa e nel cuore di moltissimi elettori di sinistra, lunedì è morta una stagione politica. E nessuno di loro sarebbe disposto a vedere spuntare fuori ancora le stesse facce, le loro idee e i loro principi. Piuttosto vanno tutti a votare Grillo”.
    Baricco, ma che Italia è quella che viene fuori da questo voto a sorpresa?
    «È un’Italia in cui la maggioranza dei cittadini vuole cambiare. Vuole avere un Paese diverso. E soprattutto vuole avere una classe politica diversa. Poi c’è una sacca, quella berlusconiana, sempre immobile, che per me è inspiegabile: ma questo è un limite mio. E bisogna dire che ancora una volta Berlusconi ha usato la televisione fino in fondo, e meglio di tutti. Io ho cominciato a pensare che qualcosa sarebbe successo quando l’ho visto da Santoro. Chissà quanti voti gli ha portato quella trasmissione».
    La vera sorpresa è stata comunque l’affermazione di Grillo, al di là di ogni previsione. C’è la voglia di novità, il desiderio di dare una sberla alla classe politica, la protesta contro i privilegi della casta. Cos’altro c’è, dietro questo voto?
    «Io ne conosco molte, di persone che hanno votato Grillo. Beh, sono persone che hanno registrato il fatto che stavamo ancora lì con D’Alema, Casini, Bindi… Hanno capito che da nessuna parte c’era una reale volontà della classe politica di lasciare spazio al nuovo, o comunque al differente, e di capire che questo Paese non ne poteva più. Molti di questi elettori sono persone a cui piacerebbe cambiare l’Italia nell’assoluta fedeltà a ideali di giustizia sociale, di difesa dei deboli, di equilibrio nella distribuzione del denaro e dei privilegi, insomma ai principi della sinistra».
    Eppure ha votato Grillo e non il Pd. Perché?
    «Perché in questo momento quel partito non incarna la voglia di cambiare. E quindi giustamente questa gente non lo vota. Mi pare abbastanza normale».
    Dove ha sbagliato Bersani, secondo lei? Cosa avrebbe potuto fare di diverso, rispetto a quello che ha fatto in questa campagna elettorale?
    «Bersani aveva un’occasione storica. Poteva essere la fine del berlusconismo, era il momento giusto per inventarsi la sinistra moderna. Più giovane, con meno tabù, con delle soluzioni vere ai problemi della gente. Era un momento splendido per farlo».
    Lui le risponderebbe: abbiamo fatto le primarie.
    «Eh, le primarie hanno registrato la grande abilità tecnica di un partito che è ancora molto compatto e molto unito. Sono state la prova di forza di un partito. La verità è che il Pd è un partito sordo».
    Sordo?
    «Sì, sordo alla rabbia che c’è anche nella sua gente, e al senso di sfinimento per un certo modo di far politica. E questo messaggio proprio non l’hanno voluto sentire, anche se è molto evidente: l’hanno domato con la disciplina di partito. Ma se poi bisogna convincere il Paese, eh quella è un’altra faccenda. Il fatto di non avere in nessun modo dato dimora a quelli che veramente hanno la rabbia, la voglia e la volontà di cambiare questo Paese nel profondo, cominciando dalla classe politica, è imperdonabile. Poi, tecnicamente quello che dovesse fare Bersani non lo so. Non me ne intendo. Ma il fatto di essersi permesso il lusso e anche l’arroganza di non stare ad ascoltare suonava già molto strano e molto brutto prima. Oggi, dopo queste elezioni, risulta davvero imperdonabile».
    Avrebbe dovuto dare più spazio a Renzi e a quel 40 per cento di elettori che si erano riconosciuti
    nel sindaco di Firenze?
    «Se questo vuol dire seggi in Parlamento o ministeri nel governo, allora no. Credo che lui fondamentalmente avrebbe dovuto fare una cosa che non poteva fare: aprire un dibattito nel partito sulle idee di Renzi, non sul personaggio Renzi. Però avrebbe dovuto farlo prima, molto prima. Il Pd è un partito che ha perso un sacco di tempo per strada. Procede lentissimamente, mentre il mondo è molto più veloce. Qui oggi sta saltando il coperchio, ed è un gran peccato che non sia la sinistra a farlo saltare».
    E a Renzi non ha nulla da rimproverare, lei che è stato uno dei suoi più importanti sostenitori?
    «Potevamo tutti commettere meno errori. In quelle primarie siamo stati bravi ma non bravissimi. Si poteva essere più convincenti. Ma il tempo era poco, è stato fatto tutto molto di corsa».
    Come sarebbero andate le cose, secondo lei, se al posto di Bersani ci fosse stato Renzi alla guida del centrosinistra?
    «Guardi, di strategia politica io ne capisco veramente poco. Ma se il Pd avesse scelto Renzi, qualcosa sarebbe andata diversamente. Probabilmente Berlusconi non sarebbe tornato in campo, sarebbe stato ridicolo vedere un trentasettenne contro suo nonno. Probabilmente lo stesso Monti avrebbe avuto più cautele. E poi la figura di Renzi e le sue idee erano in grado di attrarre nella sfera dei principi della sinistra anche persone che a livello di ideali non li condividono pienamente ma che sulle soluzioni tecniche trovavano in lui un punto di riferimento giusto, equilibrato. E quindi sì, sarebbe stato tutto molto più semplice e sarebbe stata anche la grande occasione per la sinistra di governare con i numeri sufficienti e con l’energia di una classe politica nuova. Poi si poteva anche sbagliare, per carità. Ma se uno immagina questo orizzonte e poi vede quello che abbiamo davanti oggi, la distanza è grande».
    Magari tanta gente invece di votare Grillo avrebbe scelto Renzi…
    «Questo è sicuro. Le prime tre riforme che Grillo vorrebbe fare per rinnovare la politica sono più o meno le stesse che proponeva Renzi».
    E che Bersani non ha mai fatto proprie.
    «Già. Perché pensava, lui come gli altri che gli stanno intorno, che questo Paese avrebbe sopportato ancora. Non hanno proprio idea di quanto gli italiani siano esasperati. Non so dove fanno i comizi, chi vedono, con chi vanno a cena. Boh. Renzi l’aveva capito, che non si poteva continuare così neanche per altri due mesi. Uno come Bersani invece si può tenere la Bindi magari presidente della Camera, o mandare ancora la Finocchiaro in televisione a dire frasi che anche nella loro struttura sintattica non esistono più. La gente non parla più così, e loro non se ne sono accorti. Hanno pensato che potevano resistere ancora un giro. Umanamente è molto comprensibile, perché nessuno molla mai niente. Ma la politica è un’altra faccenda».
    Da questo voto, Bersani esce dunque sconfitto?
    «Secondo me, sì, Bersani è tra gli sconfitti. Naturalmente penso che si prenderà la responsabilità del governo, perché è un galantuomo ed è quello che impongono le istituzioni».
    E adesso lei cosa si aspetta che faccia, concretamente, Matteo Renzi?
    «Mah, volevo telefonargli per chiederglielo. La politica richiede un talento particolare, che io non ho e lui sì. Perciò sono curioso di vedere cosa fa. Le persone di talento imparano dalle sconfitte. Dopodiché, lui è finito nella tempesta perfetta e navigare ora non sarà semplice. Lui ha scelto la strada della lealtà, e oggi la lealtà impone di dire che ci vogliono facce nuove. Ieri è finita un’epoca, oggi è il primo giorno di una nuova sinistra italiana».

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