PAROLE PROIETTITILI, PAROLE E PROIETTILI. UNA RACCOMANDAZIONE PER CHI LE SPARA

di David Arboit
Per cominciare le parole di uno che sa che cosa significa lottare contro la mafia, le parole di uno che ha pagato un prezzo, e paga un prezzo, per la sua battaglia, una scelta di vita che non gli consente forse di avere veramente una vita, purtroppo.

«A Pippo Fava lo sfregiano, gli sparano alla nuca e pochissime ore dopo iniziano a diffondere la notizia, che poi diventerà la versione ufficiale nella società civile catanese – o forse bisognerebbe definirla incivile – che era stato ucciso perché “puppo”, ovvero omosessuale, come dicono in Sicilia. Perché aveva messo le mani addosso a dei ragazzini fuori dalla scuola. Si erano inventati questa balla per delegittimarlo, per suscitare fastidio al solo pronunciare il suo nome. Per suscitare quella sensazione di diffidenza nelle persone, che trova terreno fertile in simili circostanze. Chiunque si occupi di mafie sente questa melma intorno a sé: la melma della diffidenza. Io ci convivo da anni; dal primo giorno.
Va di pari passo con la mia quotidianità sentire diffidenza, soprattutto quella degli addetti ai lavori, infastiditi spesso per il solo fatto che sei arrivato a molte persone. Questo, soprattutto, a intellettuali e giornalisti non torna. “Come mai sei arrivato a tante persone?” In un Paese dove chi arriva a tanti spesso è sceso a patti con qualche potere o ha scelto di compromettere le proprie parole. “Dove hai tradito? Dove ti sei venduto? Con chi ti sei alleato?”. Il cinismo degli addetti ai lavori è sempre questo: arrivare a un pubblico vasto di lettori, di ascoltatori, di osservatori, significa tutto sommato accettare i codici più bassi, più biechi della comunicazione.
Ebbene, le organizzazioni criminali non sono tanto diverse nel valutare e nel delegittimare i propri nemici. Le organizzazioni criminali hanno necessità di portare avanti un assioma: chi è contro di noi lo fa per interesse personale. Chi è contro di noi sta diffamando il territorio, perché noi non esistiamo come loro ci raccontano. Chi è contro di noi è pagato da qualcuno per essere contro di noi. E, nella migliore delle ipotesi, sta facendo carriera personale su di noi.
Le parole, quando arrivano a molte persone, quando raccontano di certi poteri, diventano assai pericolose. Assai pericolose perché il rischio è che a difenderle debba essere il tuo corpo, il tuo sangue, la tua stessa carne. È successo a moltissimi scrittori, a moltissimi giornalisti. L’Italia ha una caratteristica che in genere, quando raccontano di noi, non viene riportata: l’Italia è un Paese cattivo. Molto cattivo. Perché è un Paese dove è difficile realizzarsi, dove il diritto sembra un privilegio.
La storia dell’antimafia spesso è una storia di enormi cattiverie e quando me ne rendo conto non riesco a capire come sia possibile, di fronte a delle vicende tragiche e tutto sommato chiare. La morte di don Peppe Diana, per esempio. La morte di un uomo, un ragazzo, ammazzato poco più che trentenne, sul cui conto, per anni, si è detto di tutto. Che fosse stato ucciso per presunte relazioni con delle donne, che avesse collaborato con un clan. Che era morto perché anche lui colluso e non perché aveva scritto un documento, “Per amore del mio popolo non tacerò”, che aveva dato molto fastidio ai poteri criminali. In quel documento, don Diana, segnalava la strada che avrebbe seguito in quanto prete di Casal di Principe. Lì dichiarava quale fosse il compito di un prete in quelle terre, cioè raccontare, denunciare e, appunto, non tacere.»
(Roberto Saviano, La Repubblica, 25 marzo 2010)

Chiaro no? «Chiunque si occupi di mafie sente questa melma intorno a sé: la melma della diffidenza». No forse non è per niente chiaro niente.
«Niente è come sembra» dice l’agente della CIA veterano Walter Burke (Al Pacino) al suo giovane e dotato allievo James Clayton (Colin Farrell) nel film “La regola del sospetto” (2003). C’è un gioco di specchi infinito nel quale l’analisi che consente di fare la distinzione “amico/nemico” diventa difficile, molto difficile, e implica prima di tutto saggia prudenza, e poi anche lavoro oscuro e paziente, molto lavoro, e quindi intelligenza analitica e interpretativa. La questione è seria, molto seria e quindi… ci vuole senso di responsabilità.
Uso un’analogia, una specie di metafora: “medico cura te stesso”, chirurgo, se non sei all’altezza lascia perdere gli interventi di neurochirurgia, se non vuoi fare danni occupati di unghie incarnate.
Questo dovrebbero tenere bene in mente i tanti che scrivono e parlano di mafia.

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Pubblicato il 25 gennaio 2013, in EDITORIALI, POLITICA LOCALE con tag , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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