UNA SCELTA PONDERATA

Scegliere una direzione[dal nostro Sindaco riceviamo e volentieri pubblichiamo]

di Giambattista Maiorano – Far finta di voltarsi dall’altra parte di fronte al vasto disagio che la “politica”, o meglio il comportamento dei politici, provoca è vivere fuori dalla realtà. Non c’è quindi da stupirsi del moto di antipolitica che si è affermato nel Paese. Lo registrano tutte le agenzie specializzate in sondaggi. Ce lo confermano non la percezione, ma il quotidiano sbattere la testa in trasmissioni del tutti contro tutti, le disinvolte giravolta di personaggi che credevamo inossidabilmente coerenti pur nella loro cocciuta chiusura, la comparsa di altri demiurghi e populisti, l’affermarsi di maghi e fattucchiere senza scrupoli, la pretesa di chi, sapendosi utilità marginale ed approfittando di un sistema elettorale la cui dignità è stata magistralmente definita dal suo stesso autore una “porcata”, intende rovesciare la logica che vuole che chi si afferma nelle urne, qualunque forza essa sia, ha il diritto/dovere di guidare il Paese.

La chiusura anticipata della legislatura ha confermato i sospetti: non c’era alcuna volontà di cambiare le regole per far tornare arbitro l’elettore. Anzi chi apertamente o subdolamente ha voluto contrastare qualsiasi riforma elettorale ha raggiunto l’esito sperato che era quello di gettare il Paese nel discredito e in una prospettiva di confusione e di ingovernabilità.

Non credo ci voglia un grande fantasia per individuare il massimo colpevole di questa situazione. Neppure credo utile un’approfondita ricerca di quanti, nella condizione data, ritengono di approfittarne. C’è qualcosa che unisce gli uni agli altri. I timorosi della possibile affermazione della coalizione guidata dal Partito Democratico, hanno scoperto il solito tormentone: niente po’ po’ di meno che il comunismo, nelle sue forme più autoritarie e stataliste con il ritorno della Russia di Stalin replicata nei panni di Pierluigi Bersani.

Ma, nel paese dei mille campanili e della rappresentazione permanentemente comica, il dibattito ha la necessità di abbeverarsi a fiumi dell’irrealtà nella speranza di inquinare i cervelli e le intelligenze delle persone, di tutti noi, facendo apparire oro ciò che oro non è affatto, e vere un sacco di frottole buone solo per gli allocchi.

Una considerazione spesso ripetuta, ma dalla quale spesso volutamente si sfugge, è quella che dimostra come l’ambito delle appartenenze si sia notevolmente ridotto. Basterebbe in questo leggersi i dati relativi agli iscritti ai partiti. Ciò realisticamente significa che nelle scelte ha sempre meno peso quella ideologica rispetto a una valutazione più pragmatica e di opinione. La scelta allora, più che determinata dai principi o supposti sacri principi ispiratori, è la conseguenza del giudizio sulla coerenza dei comportamenti delle persone, sui programmi, sulla capacità di progettare il futuro, sull’individuazione di percorsi che, senza bacchette magiche, siano in grado di introdurci in un futuro migliore dove i termini come equità, socialità, legalità riacquistino il loro valore. Significa inoltre capacità di entrare in  sintonia con l’opinione pubblica, il mondo del volontariato e del terzo settore, con l’espressione autentica della società civile facendo venir meno le barriere che taluni vorrebbero invalicabili con la politica.

Se tutto ciò contiene un qualcosa plausibile, non dico di verità, non è difficile individuare nel Partito Democratico l’unico soggetto politico che ha cercato di mettersi in discussione, anche faticosamente, ma con risultati che gli altri possono solo invidiare. Ha infatti scardinato e superato il “porcellum” attraverso il meccanismo delle primarie per i candidati deputati, lasciando scegliere agli elettori la gran parte sia dei parlamentari. È l’unico, e non smentibile, che è riuscito in virtù dell’acquisizione della logica pluralista, ad attrarre significativi pezzi di società civile e di volontariato nella consapevolezza che non potrà mai essere il proclama di una rinnovata lotta di classe, ma la capacità di sintesi tra i diversi mondi a creare le condizioni per un benessere più diffuso nell’equilibrio e nella solidarietà. È l’unico che con lucidità difende sino in fondo il rafforzarsi di una politica europea. È l’unico che manifesta apertamente il rifiuto dell’autosufficienza perché sa che, con le sue sole gambe, è impossibile cambiare in meglio questo nostro benedetto Paese. È l’unico che mi fa ancora credere e sperare in una chiara prospettiva bipolare da iscrivere nelle migliori tradizioni dei paesi europei.

Ci sarà chi vorrà accusarmi di cecità e di partigianeria e chi vorrà ancora rimproverarmi il mio essere cattolico in mezzo a tanti indifferenti se non addirittura anticlericali. Invito ciascuno a guardare in casa propria e a fare l’analisi di questi ultimi 20 anni. Invito ciascuno a valutare di come culturalmente i cattolici siano diventati inincidenti dopo le vicende di tangentopoli. Invito ciascuno a valutare come si siano spesso affidati, per un piatto di lenticchie, a uomini indegni, dimenticando che ancor prima delle prebende e dell’accumulo di potere c’è la testimonianza personale. Invito tutti ad accettare la sfida della complessità, a navigare in mare aperto, a spostare i paletti della tenda, a non aver paura del diverso, ad assumersi fino in fondo il coraggio delle scelte in coerenza al presupposto dell’autonomia e della responsabilità, principio teorizzato e proclamato dal Concilio, ma certamente non ancora assimilato. Invito tutti a rinunciare per sempre alla nostalgia di un’assurda unità nel partito unico, un disegno politico che sarebbe il tradimento dell’ispirazione sturziana.

Dico anche che l’esperienza lombarda con tutte le sue contraddizioni, certo salvaguardando gli aspetti in positivo che ha pur ha saputo esprimere, con l’incoerenza di un Roberto Formigoni giunto al massimo del ridicolo con l’apparente fermo contrasto alla Lega e con la vicenda Albertini, la stessa esperienza vissuta nella regione Lazio e, perché no, la decisione di un parlamentare europeo come Mario Mauro, non possono non farci riflettere e agire di conseguenza.

Per tutti infine, un invito ponderato a una scelta che avrà grande significato nella vita e nella concretezza del nostro quotidiano. Non è la frase di sempre. È la convinzione profonda che il nuovo non potrà che essere preceduto ed accompagnato da un serio cambio dello stile di vita e da un’etica che riporti in auge l’abusato termine del bene comune. Le ideologie muoiono, le idealità mai.

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Pubblicato il 21 gennaio 2013, in EDITORIALI, POLITICA LOCALE con tag , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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